Coperti da un sudario di plastica, come i corpi che un tempo trasportavano, tre carri funebri riposano all'ombra di un vecchio edificio.
La morte non è il niente.
La morte è un viaggio.
Per questo c’è bisogno di un mezzo.
Sono le quattro del pomeriggio. Otto di dicembre: oggi si festeggia l’amplesso dei nonni di Gesù. Non è tardi in termini assoluti, ma per una giornata come questa, lo è.
L’ultima tappa della giornata prevede la visita un piccolo edificio in rovina sul ciglio della strada. Una casetta talmente anonima e insignificante che probabilmente sfugge ogni giorno anche alla vista dei residenti. Ma forse è proprio la prossimità alle cose ciò che le rende invisibili.
In ogni caso, accosto l’auto appena possibile. Scendiamo. Il silenzio è totale, questa zona è un deserto. P. attraversa la strada tranquilla, scodinzolando felice verso il cancello. Quasi come fossimo arrivati a casa. Le finestre sono rotte, le porte aperte: un posto ormai arreso alle numerose intrusioni. All’interno, comunque, solo caos e cianfrusaglie varie. La visita non dura molto. Usciamo a controllare sul retro.
Il giardino sul retro è, a prima vista, un cumulo di rifiuti su di un bellissimo prato. Nel bel mezzo di un mucchio di pattume, un vecchio carro funebre consumato dalla ruggine ci fa capire quale fosse la natura di questo luogo fino a qualche anno fa.

Una targhetta sul campanello riporta la scritta onoranze funebri. C’è una saracinesca abbassata e una porta in ferro. Sulla porta una grata dalla quale si riesce a intravedere l’interno: ancora cianfrusaglie, rifiuti e una vecchia bara poggiata al muro. P. scorrazza libera nel giardino come fosse il posto più bello ed interessante del mondo. Per lei è sempre così. A me serve un po’ più tempo.
Dietro alcuni alberi si intravedono dei grossi oggetti coperti integralmente da teli di nylon verde. Penso di sapere di cosa si tratti. Non appena P. si accorge che queste sagome hanno attirato la mia attenzione, si reca subito a registrarne l’odore. Con una calma rituale provvedo rimuovere il primo sudario poliamidico da una delle due salme a quattro ruote. Trovo curioso che esista un cimitero per qualcosa che in passato si è occupato di traghettare così tante anime. E adesso nessuno si premura di dar loro un passaggio. Ma in fondo è così; per tutto esiste una fine, certe volte ingloriosa.

Vi lascerò a breve con alcune immagini, visto che di più non si può dire.
Prima di andarmene, però, mi sono premurato di coprire di nuovo queste autofunebri con i loro teli, colto da un improvviso moto di rispetto nei confronti dei morti.
È proprio dei vivi, in fondo, che non mi importa assolutamente niente.

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