Manuale dell'inquietudine: quel senso di alienazione che ci assale quando guardiamo le vecchie fotografie
Un cagnolino bianco in un prato sconosciuto. Gli occhi spauriti piantati su di te.
La grana della carta e la polvere creano distanza: materializzano una superficie, una barriera di vetro fra te e l’animale, relegato in una dimensione immobile che sembra avere la necessità di rimanere sterile. O di non contaminarci.
Il cagnolino bianco ti guarda come se avessi attirato la sua attenzione. Ma tu non l’hai mai visto prima. Non sai nemmeno come si chiama.
Chi è? Cosa ci fa qui?
In assenza di risposte è una presenza che ha troppi spazi vuoti per essere reale. Una forma nota che richiama dettagli assenti, ricettacolo per paure e dubbi. L’ignoto è, come sempre, minaccia potenziale da guardare con sospetto, e così è la foto stessa: un’immagine tenera, ma troppo immobile, troppo statica per non sembrare in agguato. Troppo stabile per non nascondere qualcosa.
Cosa sta guardando il cane? Sta guardando me? Perché?
Il cane non ha nome. Tu lo perdi quando entri nella scena, dalla parte opposta. Una scena precostruita, di fronte alla quale ti trovi impreparato.
Qui l’osservatore è costretto a improvvisare un ruolo. A vestire i panni di qualcuno per dare coerenza alla storia: un passante, il proprietario, una minaccia. Non è più l’interazione umana la causa dello sguardo del cane, ma lo sguardo stesso diventa agente, trasfigurando chi osserva, rendendolo contrappeso adeguato all’equilibrio degli accadimenti.
Non hai scelto la tua parte; ti è stata assegnata ancor prima che te ne potessi accorgere.
Il cagnolino bianco in un prato esiste in due realtà: quella statica e bidimensionale della fotografia, e quella fisica della morte.
Possiamo vedere questo cane anche se sappiamo che non esiste più. Abbiamo toccato in un solo istante il limite massimo dell’interazione che sarà mai possibile con l’animale.
Tu lo vedi anche se sai che non esiste più.
Tu sai che è esistito e in questo momento ti ritrovi a far parte di una narrazione che avviene in un tempo che non è il tuo.
Osservi la morte come se fosse vita, di fronte a una figura sconosciuta che non distoglie lo sguardo, in un luogo che non conosci e che non puoi cambiare.
Il disturbo è dato dalla mancata intenzione di creare disagio. Non c’è costruzione o malizia. La foto inquieta perché l’intenzione iniziale (immagazzinare ricordi) è decaduta.
La fotografia come ricordo è uno strumento relazionale: esiste nella sua funzione solo in presenza del ricordante. Ricordo e ricordante sono complementari.
L’assenza della controparte crea uno sbilanciamento. Un’apertura con conseguente svuotamento di significato.
In modo quasi alluvionale, si va ad inserire un altro semi-significato, che si origina dalle domande di chi non ha alcun legame con l’oggetto. Nel caso del cane, uno sguardo spaurito in un campo.
Ed ogni significato è fluido, mutevole, instabile. Ciò che era nato per stabilizzare la memoria, fa adesso vacillare la percezione.
La fotografia non è conservativa, è coercitiva.
Il cane non si muove più. Non scappa, non si avvicina, non distoglie lo sguardo. Non smette di avere paura.
Fissa negli occhi chi arriva, assegnando a ciascuno un ruolo diverso: osservatore, padrone, cacciatore.
Il cane è morto e non può andarsene.
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Una ricerca psicogeografica sul paesaggio e sui residui dell'antropizzazione.